Perché la Maratona Dles Dolomites funziona. E le altre faticano

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di Ernesto Galigani

Guardi gli occhi di Peter Sagan, funambolico ciclista con tre mondiali consecutivi a impreziosire un curriculum da spavento e concludi che si sta divertendo come un matto. Perché non basta un invito vip – soprattutto a uno che potrebbe girare il mondo senza mettere mai mano al portafoglio – a trasformare il “dovere” di esserci nel piacere di partecipare. E allora, inevitabilmente, finisci per renderti conto che esserci qui è una fortuna, fors’anche un privilegio.

L’edizione 38 della Maratona Dles Dolomites è andata in archivio anche quest’anno, con il suo esplosivo carico di entusiasmo e un’organizzazione che riesce a migliorarsi anche laddove occhio umano faticherebbe a vederci margini ulteriori. Non è un caso, si sussurrava nei back stage, che in un momento così particolare anche per il ciclismo amatoriale, sia ormai l’unica gran fondo che non solo continua a resistere – dura come quelle Dolomiti dove si sviluppa – ma che attira sempre più l’interesse degli appassionati, con 32.700 richieste di partecipazione a fronte di appena ottomila posti disponibili (di cui quattromila destinati agli stranieri). Basta una piccola sventagliata di domande su Google per rendersi conto – senza prendersi lo sgradevole compito di fare i conti in casa altrui – di come alcune celebri manifestazioni stiano attraversando un preoccupante periodo di involuzione. Vittime del gigantismo, forse. O dell’approssimazione gestionale, magari. O, ancora, dell’ossessiva rincorsa ai conti da quadrare a ogni costo, a scapito di tante altre cose.

Tutti problemi che, a Corvara e più in generale in Alta Badia, non devono affrontare. L’organizzazione messa in piedi da Michil Costa e Claudio Canins è una autentica macchina da guerra, collaudata nei minimi particolari, pronta a qualsiasi imprevisto. Lo si capisce – lasciatelo dire a un povero cronista di provincia con nove edizioni sulle spalle – da un’attenzione spasmodica ad ogni dettaglio. Che sia l’enorme spazio per la consegna dei pettorali o il divertente villaggio che anima i giorni precedenti alla gara. O, piuttosto, la qualità degli sponsor attentamente selezionati e nei cui stand un qualsiasi concorrente, senza perdere più tempo del necessario, può farsi controllare i pignoni della bicicletta e addirittura lavarla gratuitamente, con tanto di gadget per il disturbo.

Al netto di un panorama che è patrimonio mondiale dell’umanità e un motivo ci dovrà pur essere senza star troppo a dilungarsi, il vero elemento che fa la differenza è l’appassionata consapevolezza di una valle intera – l’Alta Badia – stretta attorno al suo gioiello estivo. Non è solo l’impegno, generoso, gratuito e sorridente di 1.550 volontari (Corvara ha meno residenti, giusto per dare l’idea) a dare il senso di tutto ciò. Sul piatto della bilancia va soprattutto messo il fatto di essere riusciti a garantire negli anni la chiusura al traffico di tutte le strade del comprensorio. Certo che è importante il ritorno economico assicurato da questo esercito di cicloamatori, ma provate a dire a un qualsiasi amministratore di un comune brianzolo di blindare una stupida via del centro per mezzo pomeriggio… spunterebbero comitati, raccolte firme e lamentazioni assortite dai potenzialmente danneggiati. Ed è fin troppo ovvio che un cicloamatore, appesantito dall’età e della vita, adori – il verbo giusto, credete – pedalare su strade larghe, sicure, bene asfaltate e senza l’incubo di trovarsi di fronte l’automobilista che sta digitando un messaggio al telefono durante la guida, magari sull’altra corsia perché – ti direbbe – gli occhi sono due, le mani altrettanto e non si può fare tutto insieme.

Ma ancora non basta per capire. A chiudere il cerchio è il tentativo, sempre ben riuscito, di non focalizzare l’attenzione unicamente sull’aspetto ludico, ricreativo e magari anche economico di una banale corsa in bicicletta di ex ragazzotti male in arnese. Essere in Alta Badia in quei giorni significa appassionarsi a qualcosa che va oltre la bicicletta, significa per esempio ritrovarsi a discutere – da neofiti e senza competenze – dei pericoli legati al passaggio intensivo dei mezzi a motore sul Passo Sella e sul Pordoi. O, ancora, a riflettere sul fatto che il progresso deve andare a braccetto con il rispetto dell’ambiente e che le due cose – basta lo skyline senza quei grattacieli di certe località da copertina  – possono convivere in armonia. Una ricaduta sociale ed etica che fa bene anche a noi, reduci di mille battaglie appesantiti dall’insostenibile leggerezza dell’essere. Anche se , mannaggia, soltanto una settimana l’anno.

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Il Giro d’Italia, la passione dietro le quinte di una coda

di Ernesto Galigani

Il passaggio del Giro d’Italia in via Leonardo da Vinci a Lecco, lo scorso 29 maggio

Il Giro d’Italia è finito da una manciata di giorni, e già ci manca. Non soltanto per l’aspetto sportivo, ma anche perché rappresenta lo specchio di un Paese che, magari non sarà malato, però non sta proprio benissimo. Sono tanti gli spunti offerti e, pescando nel mazzo, proverò a riportarvene alcuni. Così, per vedere l’effetto che fa, direbbe quel geniale cantautore.

Sotto questo aspetto, mi ha colpito la tappa da Morbegno a Cesano Maderno, quella che i commentatori hanno scioccamente definito la più inutile dell’intero lotto ma che, passando nella mia terra, è parsa comunque bellissima.

La mia città, per l’appunto. Non era ancora trascorsa un’oretta dal passaggio dalla città di Lecco -un meraviglioso spot televisivo, perché dall’alto il traffico non si vede e cielo e lago fondono il loro blu in una tavolozza di rara bellezza – e già su uno dei tanti social locali compariva la prosa, poco raffinata ma intensa, dell’onnisciente fenomeno da tastiera. Questo il tenore della sua poetica, parola più parola meno: “Sono fermo da un’ora in coda perché mi dicono che c’è una gara di biciclette. Ma che in che mondo siamo?”. Ovviamente, il cervellone in fuga si è tirato dietro il gruppone dei complottisti e, per fortuna, anche un nutrito manipolo di quelli che “vai a quel paese”.

Eppure quel post, trasudava anche solo nel leggerlo l’arroganza tipica di chi crede di essere il prescelto, sintomo di una deriva della quale neppure si riesce a intravedere il capolinea. Lamentarsi perché passa il Giro d’Italia e chiudono le strade, ha un sapore amaro. Ricorda un po’ l’invitato al matrimonio che si lamenta perché la torta è stata servita alle sei del pomeriggio anziché alle tre come consuetudine vorrebbe. E in quest’ottica, sembravano persino inutili quei tentativi di far convergere in un unico punto del cervello i due neuroni dell’interlocutore fermo in coda. Che il Giro d’Italia passasse da Lecco era patrimonio dell’umana conoscenza da poco meno di un annetto, veniva osservato. E anche un frate trappista in ritiro spirituale, non avrebbe potuto evitare di imbattersi in un articolo, in un post, in un reel, in un “alert” che ignorasse la circostanza, con tanto di planimetria, altimetria e tabelle orarie che spuntavano ovunque, più dei funghi in Valtellina a fine settembre. Niente da fare, lui doveva passare proprio lì e proprio in quel momento, chissà poi per fare cosa.

E poco importa, se l’indomani – chissà – si sarà ritrovato nuovamente in coda, vuoi per un incidente, un cantiere programmato, una buca spuntata all’improvviso, un semaforo guasto o l’atterraggio degli alieni. Vuoi mettere il divertimento di rovesciare contumelie contro Del Toro e compagni, te che neppure in moto vai forte come loro, piuttosto che sul solito sindaco, il quale ormai neppure ci fa più caso e magari ti ha anche bloccato sui social?

Si dirà, è un episodio, non generalizziamo… Mah. Tolti noi appassionati (della vita e della libertà) non sono del tutto sicuro che la vista di quelle migliaia di persone per tutti gli altri sia davvero una reale consolazione. Certo, magari si sbracciavano a bordo strada, applaudendo e incitando o anche solo confidando in un’inquadratura furtiva. E magari sono gli stessi che domani, incrociando un ciclista amatoriale che arranca sul Galbiate o il Ravellino, affonderanno la mano sul clacson, maledicendone le sette generazioni e trattenendo a stento l’impulso insano di lanciargli il telefonino, la protesi (poco) intelligente con la quale, incuranti dei moniti del “capitano” messo ai trasporti, stavano amabilmente discettando se nella carbonara ci sta meglio il guanciale o la pancetta. E non ditegli che parlare al cellulare è certo più pericoloso che pedalare in doppia fila. Ti ribatterebbero che, suvvia, era questione di un attimo solo.

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MaratonaDlesDolomites, quelli che non si attaccano alle ammiraglie

di Ernesto Galigani

Diamo per assodato che il lancio della prima pietra non sia esclusiva di alcuno, tantomeno di chi scrive. Ma è così evidente il malinconico contrasto tra i 31 giovani atleti che si fanno trainare su per i duri tornanti dello Stelvio e gli ottomila appassionati che sognano per un anno la #MaratonaDlesDolomites, con l’unico obiettivo di poter farsi del male lungo le rampe del Pordoi e del Giau. Eppure almeno una cosa l’hanno in comune: la bicicletta.

Fossimo fini psicologi e non già semplici pennivendoli prestati allo sport più bello e duro del mondo, avremmo materiale infinito nel quale navigare. La giovane età degli uni e quella avanzata degli altri, per cominciare, che si porta dietro una naturale refrattarietà alla sofferenza, che invece è valore in quanto tale, carburante insostituibile di quel senso di appagamento che pervade chiunque tagli un traguardo.

Senza il timore di passare per moralisti da divano, ci sarebbe da spendere qualche parola anche su altri disvalori, che fanno scegliere la scorciatoia scorretta alla via maestra, certo più dura, nella convinzione – tipica delle tendenze edonistiche di questo mondo malato – che alla fine l’unica cosa che conta sia il risultato. Ovvero l’approdo finale, con il suo corollario di gloria (magari effimera, ma pur sempre gloria), contratti, ingaggi ed esposizione mediatica. E, infine, i sociologi potrebbero anche convenire sul fatto che così si è sempre fatto e, senza i virtuosismi della rete, nessuno se ne sarebbe accorto. Come non si accorsero per anni di quel campione americano che triturava tutti a colpi di Epo o dei campioni del passato che, con una certa indulgenza e mutua condivisione, chiamavano bombe, quel terribile mix di anfetamine che si buttavano nello stomaco, prodomo del doping moderno.

La presentazione della MaratonaDlesDolomites a Milano
La presentazione della MaratonadlesDolomites alle Gallerie d’Italia di Milano. A destra Michil Costa

A noi, che fatichiamo a sfrugugliare nella nostra mente ancor prima che in quella altrui, rimane una grande tristezza che tuttavia non cancella l’intimo orgoglio di poter partecipare alla gran fondo più famosa d’Italia e forse anche del mondo. Già, la MaratonaDlesDolomites che andrà in scena domenica 2 luglio in Alta Badia, in quel meraviglioso circuito delle Dolomiti che si snoda attraverso La Villa, Corvara, Arabba, Canazei. O, se volete qualche nome più evocativo, tra Passo Pordoi, Sella, Gardena, Campologo, Falzarego, Valparola, Giau…

La macchina organizzativa poggia ormai da decenni sull’inesauribile verve del patron Michil Costa, l’albergatore geniale che riesce a coniugare Socrate al registratore di cassa senza che l’uno oscuri o mortifichi l’altro e del direttore Claudio Canins, uomo del fare e del poco-parlare, figlio di tanta madre di cui il cronista giovinetto raccontò estasiato le incredibili gesta ciclistiche. Ma è una macchina che poggia su 1.500 volontari, un indotto economico di 12 milioni di euro (in una settimana!), ottomila partecipanti a fronte delle trentamila richieste. E si potrebbe andare avanti con i numeri, come da trentasei ani a questa parte.

Non è il caso, ovviamente, di farlo perché l’aspetto sportivo è paradossalmente un corollario, se tale si volesse avere l’ardire di definire la partecipazione di Vincenzo Nibali, uno dei campioni che quest’anno sarà chiamato ad umiliare le nostre performance. Il valore più intrinseco della MaratonaDlesDolomites è quello di coniugare un turismo che mette pace tra il conto economico e l’ambientalismo più autentico, perché privo di ogni connotazione ideologica o, peggio, partitica.

Il risultato è che domenica 2 luglio non ci sarà neppure un’automobile o una moto sui 138 chilometri del percorso. E i passi dolomitici, giganti fragili che l’Unesco annovera fanfaronamente tra i suoi gioielli che ma che fa un po’ poco per tutelarli, non saranno più uno sconcertante concerto rock di marmitte e pistoni ma una silenziosa sinfonia di fiatoni che si rincorrono, di biciclette che scivolano piano verso l’alto, trascinate dal doloroso incedere di polpacci allo stremo e polmoni che invocano pietà. Non è vero, ha ribadito lo stesso Costa durante la presentazione alla #Gallerie d’Italia di Milano in quella che fu la più prestigiosa sede Comit e ora custodisce i preziosi tesori artistici di Intesa San Paolo, che il turismo non possa convivere con l’ambiente. L’uno non c’è senza l’altro. E nessun rifugista di alta montagna avrà alcunché da ridire sul divieto di passaggio delle auto se, nel contempo, un esercito silenzioso di pedalatori e camminatori porterà risorse laddove servono.

La presentazione a Milano: il tema è dedicato all’Humanitè

Ecco, tutto questo è il ciclismo. E verrebbe la voglia, da vecchi peccatori con la tentazione di regalare buoni consigli, di spiegare tutto questo ai 31 ragazzotti (e ai loro 4 ancor più colpevoli direttori sportivi) che si sono aggrappati alle automobili per salire al passo Stelvio, nell’assurda convinzione che il ciclismo sia solo di chi vince. Lo spiegava bene, il Marco Pantani tanti anni fa: “Nel ciclismo non perde mai nessuno, tutti vincono nel loro piccolo, chi si migliora, chi ha scoperto di poter scalare una vetta in meno tempo dell’anno precedente, chi piange per essere arrivato in cima, chi ride per una battuta del suo compagno di allenamento, chi non è mai stanco, chi stringe i denti, chi non molla, chi non si perde d’animo, chi non si sente mai solo… Questo è il ciclismo, per me”. E, per quel poco che vale, anche per il cronista.

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Dolomites, Maratona di bellezza

di Ernesto Galigani

Esterno giorno, salita al Passo Falzarego, chilometro cinque, caldo esagerato. Dialogo (saltellante per l’affanno) tra cicloamatori: “Io proprio la odio questa salita, non finisce mai, ma davvero dieci chilometri sono così lunghi?”. L’altro: “A chi lo dici… Mentre la faccio, io canto, rido, parlo da solo… Qualsiasi cosa pur di non pensare a quello che vedo”.

Tutto vero, cari lettori. E’ accaduto, con il cronista divertito testimone alle spalle dei due, durante l’edizione numero 35 della Maratona dles Dolomites, la più bella, affascinante, suggestiva, dura corsa per cicloamatori che viene organizzata in Italia. Anzi no, perché chiamarla corsa? Meglio festa, kermesse, manifestazione, raduno… Qualsiasi definizione, insomma, che non rimandi necessariamente alla competizione. Che pure esiste (e guai se fosse il contrario) ma che non costituisce il motivo principale per cui si sale – armi e bagagli – in Alta Badia.

La partenza dell’edizione numero 35 della Maratona Dles Dolomites

Chi scrive è alla sesta partecipazione. E la fascinazione è sempre crescente, altro che andare progressivamente in down sull’onda dell’abitudine. Sarà perché di uguale, di anno in anno, c’è tutto  e contemporaneamente non c’è nulla. I percorsi sono gli stessi, certo, eppure bastano gli sbalzi del meteo per renderli completamente diversi. Salire al Passo Sella (e soprattutto scendere) con quindici gradi e l’asfalto asciutto è una faticaccia. Farlo sotto il diluvio o con il termometro nei dintorni dello zero diventa un’impresa.

Anche i cicloamatori sono gli stessi, ma solo in quanto a numeri e provenienze. Le storie che si raccolgono cambiano di anno in anno, soprattutto se si sta nelle retrovie, rispettosamente indifferenti rispetto a quella che la diretta Rai definisce pomposamente “testa della corsa”. C’è il volto pacioso del britannico – e sono davvero tanti, loro che le montagne non sanno neppure cosa siano – che si bea della magnificenza delle Dolomiti e non sa neppure da che parte girare la testa. C’è il sorriso empatico della ciclista colombiana – sì, proprio così – che fa fatica a fare due pedalate di seguito ma che assicura, sganasciandosi di fronte alla tua incredulità, che lei farà comunque il percorso lungo. Compreso il Giau che già il nome che si porta dietro fa paura. C’è il cicloamatore che è arrivato qui con diecimila chilometri nelle gambe e neppure si cura di alzare la testa: vuole andare forte e finire il prima possibile, e guai a fermarsi al ristoro che si perde un sacco di tempo.

Pedalare nella grande bellezza delle Dolomiti

Non cambia neppure il ricercato vocabolario di Michil Costa, l’uomo e albergatore che è anche anima della Maratona e che ha trasformato un’impresa per sportivi sfaccendati in cerca di emozioni forti in un evento senza pari, capace di coinvolgere tutti, ma proprio tutti. Compreso il proprietario dell’albergo che alle 4.30 della domenica mattina serve la colazione ai corridori – gli orari sono quelli, ma va benissimo così – e poi infila di corsa la pettorina del volontario per andare sulla linea di partenza a dare una mano. Perché ciascuno ha un compito da assolvere e, se non ci fosse quel senso di comunità che si percepisce in ogni angolo di strada, non si riuscirebbe mai a mettere insieme una manifestazione così imponente. Sul sito della Maratona ci sono tutti i numeri, ma neppure loro raccontano tutto. Non spiegano, per esempio, perché un’intera vallata si carica di un lavoro mostruoso. Non ci dicono perché nessuno protesta per le strade completamente chiuse al traffico automobilistico, per le transenne montate e smontate nel giro di una giornata, per il caos calmo che colora e popola La Villa, San Cassiano, Corvara. Non spiegano perché una matura signora si debba mettere l’eccentrico vestito della nonna e correre sulla linea di partenza a distribuire il caffè alle 6 del mattino a una masnada di “forestieri” in bicicletta che sono lì ad aspettare lo start per sfogare la loro insana passione.

Il Muro del Gatto, 360 metri con pendenze fino al 19 per cento poco prima del traguardo di Corvara

No, non diteci che è una banale questione di ritorno economico. Da quelle parti, dove non c’è una cartaccia per terra e le camere degli hotel sono così linde da aver timore di calpestare i pavimenti, ci sono mille modi per fare soldi in modo altrettanto rapido e sicuramente con minore fatica. Per capire tutte queste cose, bisogna “leggere” la Maratona nel suo profondo. Interpretare il senso profondo del messaggio che ogni anno viene lanciato attraverso uno slogan (ciuf, flora in ladino, era quello di quest’anno), sfogliare il voluminoso catalogo che dedica pagine e pagine alla tutela dell’ambiente, diventare partecipi anche solo idealmente della lotta che larghe fette di quella popolazione conducono per “liberare” i passi dolomitici dall’invasione di auto e moto, dispensatori di polveri sottili e non sottili che mal si coniugano con il mastodontico silenzio della catena di una bicicletta, o di una scarpa da runner lungo un sentiero in salita.

Si potrebbe andare avanti per un bel pezzo e, nelle prossime puntate, lo faremo. Perché chi partecipa alla Maratona delle Dolomiti non si ferma a quelle ore di sofferenza in bicicletta – che peraltro si può benissimo soffrire in luoghi assai meno belli – ma si scopre proprietario di un pezzo di mondo. Coinvolto nelle problematiche di una comunità che frequenta una settimana l’anno quando va bene, come se ci vivesse da sempre. Sarà perché il cielo, come diceva quello, sta sempre in cima a una salita.

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Zanardi, c’è un’altra vita che ti aspetta

di Ernesto Galigani

Questo articolo risale all’ottobre del 2016. L’avevo pubblicato su La Provincia di Como per i cinquant’anni di Alex Zanardi, un campione d’uomo con il quale mi sono confrontato (si fa per dire, ovviamente) sui tornanti della Maratona Dles Dolomites in più di una occasione. Ho letto i suoi libri, l’ho ascoltato agli incontri organizzati da Alberto Sorbini della Enervit, mi sono divertito ai dialoghi con Michil Costa, gli ho stretto la mano alle conferenze stampa e ho persino ceduto alla tentazione dei selfie chiedendomi ogni volta dove trovasse la voglia di andare avanti, di scherzare sulle sue protesi (“Certo che mi alzo dalla sedia, non sono mica senza gambe” una delle battute che mi regalò con il sorriso sulle labbra aggiungendo “Mia moglie Daniela dice che ho più gambe che testa”), di dedicare tutto se stesso a qualsiasi causa buona gli venisse sottoposta. Spero che il titolo di quell’articolo possa essere rapidamente aggiornato: “Campione che ha vissuto tre volte”. Se c’è una persona che lo meriterebbe, beh, questo è lui.

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La Provincia di Como del 23 ottobre

Con Davide Cassani alla festa di Enervit alla Maratona delle Dolomiti

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Ma il distanziamento… vale anche per i suv?

di Ernesto Galigani

Che cosa direste se vi proponessero di indossare una camicia alla moda, magari firmata da qualche stilista di fama, sopra una canottiera sporca e consumata da anni di insane frequentazioni con le vostre ascelle sudaticcie? Una persona mediamente ragionevole risponderebbe con una pernacchia, di quelle sguaiate di certe pellicole anni Settanta.

E invece no. In questo strano Paese dove

La magia della bicicletta

vale tutto – compreso  il suo contrario – mi è toccato vedere anche questo, nel mio (mica tanto)  lento ritorno alla normalità ciclistica. Ovvero, operai addetti alla manutenzione, che tiravano vistose strisce bianche su strade – comunali, provinciali e statali, senza distinzione – piene di buche, di rattoppi, di canyon lasciati dagli scavi della fibra ottica. Mi è venuto anche il ghiribizzo di fermarmi a chiedere, a questi poveri uomini, se non si sentissero trattati  da deficienti, costretti a fare un lavoro del tutto inutile, sotto un caldo cocente e con gli effluvi delle sostanze chimiche utilizzate che non sono propriamente a chilometro zero. Ma mi sembrava una cattiveria ancora più grave di quella che erano già costretti a subire.

Vi chiederete che cosa c’entra tutto ciò con il ciclismo. Beh, al di là del fatto che le strade martoriate sono un attentato costante ai nostri copertoni (oltre che alle clavicole) e che non si può passare la mattina a fare lo slalom tra le buche provocate dalle intemperie e soprattutto dal menefreghismo militante, l’episodio mi sembra utile per dimostrare quanto questo Paese predichi in un modo (solitamente ineccepibile) e poi razzoli in quello opposto.

Per riassumere. C’era voluta questa maledetta pandemia per far capire a tanti maitre a penser che la bicicletta, nella sua accezione più ampia, è un mezzo di trasporto da riscoprire. Non fosse altro perché salire su una metropolitana di questi tempi è salubre come scambiarsi un bacio appassionato con un positivo al covid. E così, impauriti dall’andràtuttobene che in realtà andava tutto malissimo, in poche settimane si è passati dalle parolacce ai paroloni, dagli insulti ai buoni propositi. E giù a discettare – qualche volta a vanvera, ma pazienza – di piste ciclabili, di veicoli a pedalata assistita, di rulli con garmin incorporato, ad assicurare bonus biciclette per tutti, ad accorgersi che senza le automobili in coda sulla tangenziale est (ma va?) anche il cielo torna a essere azzurro. Senza contare gli “atleti da tastiera” che, dopo aver strategicamente rimosso  le foto di certe pance deformate da amatriciane e carbonare consumate senza ritegno, assicuravano di essere pronti a regalare il loro regno in cambio di una passeggiata a due ruote.

Tanti buoni e fieri propositi, che sono ovviamente finiti il 4 maggio quando l’attività motoria e sportiva è tornata a non essere più un attentato alla salute pubblica e i politici si sono resi conto che scavallare una montagna in solitaria è certo meno socialmente pericoloso che stare in fila al supermercato attendendo che l’omino ti misuri la febbre con quella specie di teaser dai valori assai approssimativi. “Trentaquattro e uno, signore, non è un po’ poco?”…

Tutto finito. E rieccoli, dunque, gli ex padroni delle strade tornati ad essere padroni. Addio alle belle intenzioni del lockdown, meglio avere un bel suv sotto il posteriore che si fa prima e non si fa fatica. E vai di clacson perché quegli strani cartelli con i numerini sopra sono solo un consiglio, mica un obbligo ad alzare il piede dall’acceleratore, e tutti quelli che si mettono in mezzo sono dei molestatori, sobillatori dell’ordine costituito, giacobini della domenica mattina. E l’inquinamento, l’aria buona, il piacere del famolo lento se non proprio strano? Tutto dimenticato, nel giro di un nanosecondo. “Siamo più poveri ma stronzi uguale” profetizzava un paio di decenni un settimanale satirico Cuore. Ed è proprio vero che non c’è notizia più attuale di quella che abbiamo già letto.

Emblematico il caso di Milano, cui bisogna riconoscere il merito di aver declinato – almeno teoricamente – la nuova filosofia del muoversi. Con tanto di omini mandati sui vialoni dello sho

Elia Viviani sulla Gazzetta

pping malinconicamente deserti a disegnare le corsie per i ciclisti, riducendo contemporaneamente quelli dedicati alle auto, che tanto stavano in garage. Non proprio un’idea originale, certo, visto che a Londra, per fare un esempio di cui ho toccato con mano, da anni le biciclette hanno corsie dedicate (e debitamente scippate a chi sceglie la macchina) e la precedenza su tutto, a cominciare dalle attese ai semafori. Ma, per le nostre latitudini, quasi una rivoluzione. Peccato che da noi i Robespierre abbiano la stessa popolarità delle zanzare in piena estate. E durino altrettanto.

 

Qualche giorno dopo, il Corriere riferiva che – al liberi tutti – queste corsie preferenziali così fotografate, così iconicamente rappresentative del nuovo corso salutista ed eco-compatibile, siano diventate improvvisamente un intralcio alle auto, con tanto di fotografia a mostrare il ragazzino in bicicletta che cercava invano di passare sulla corsia a lui dedicata mentre un suvvone di quelli che non finiscono più lo precedeva con l’autista dall’espressione da macho fieramente infastidito di tanto osare.

Ci sarebbe da mettere via ogni speranza, o voi ch’entrate nel mondo delle due ruote. Lo dicono i campioni del pedale che ogni giorno, sfruttando a fin di bene la loro popolarità, rendono testimonianza dei pericoli corsi sulle strade durante gli allenamenti, che al confronto la tigre incontrata da Sandokan nella foresta di Monpracen era un gattino.

 

Non saprei. Di sicuro sarà una battaglia lunga, quella per una mobilità nuova (che brutta espressione, ragazzi) ma che vale la pena di essere combattuta. Per intanto, dalle catacombe delle riviste specializzate siamo arrivati agli altari dei giornaloni e, di tanto in tanto, finanche alla televisione. Resterebbero certe cloache nascoste sui social dietro fantasiosi nickname ma non si può avere tutto e subito. Il nostro mantra, per ora, è il ” distanziamento sociale”.

La denuncia di Vincenzo Nibali

Se riuscissimo a far capire a certi automobilisti che vale anche per la distanza che devono mantenere tra i loro carrarmati da venti quintali e le nostre biciclettine da sette chili, sarebbe già un bel fare.

e.galigani@laprovincia.it

 

 

 

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Nostalgia del 5 maggio. In bicicletta

di Ernesto Galigani

C’era la neve, sui tornanti del Selvino. C’era il Felice, con la felpa Bianchi e la bandiera. C’era la “Gran Fondo Gimondi”, al Lazzaretto, con tutti noi in sella alle biciclette e avvolti negli impermeabili.

E’ passato un anno, da quel 5 maggio e non c’è più nulla. Da giorni, sul Selvino splende il sole, la “Gimondi” è stata spazzata via dall’emergenza. E, soprattutto, non c’è neppure il Felice, che se n’è andato nel paradiso dei campioni in pieno agosto.

Avremmo dovuto intuire, un anno fa, che la furia degli elementi fosse un presagio. Un brutto presagio, di quelli che ti avvertono quando il mondo comincia ad andare a

Bergamo, la partenza della “Gimondi”

l contrario. Nella mente c’è ancora il viaggio verso Bergamo, con la bicicletta nel baule, il termometro che fatica a superare lo zero e la pioggia che picchia con violenza sul parabrezza.”Grandine grossa, acqua tinta e neve, per l’aere tenebroso si riversa”, per dirla con il Sommo.

Già. Partire o non partire? Cuore o ragione? Al parcheggio di Monterosso, mentre albeggiava, anche il cielo ci diede un taglio. E i dubbi vennero spazzati via d’un botto: si parte, eccome se si parte. Eravamo pochi, molti meno dei quattromila che si erano iscritti un sacco di mesi prima, perché qualcuno con la testa a posto c’è anche tra di noi. E chi scrive non era tra quelli. Anche il Felice, per una volta, non era in bicicletta ma stava sulla linea di partenza, con la

Salendo al Selvino sotto la neve

bandiera e si intuiva quanto fosse a disagio, lui che le braccia le usava per far forza sui pedali, mica per stringerci un microfono. Ma ci invitava a stare attenti, ad andare piano che dirlo a matti come noi (e come lui) ancora scappa da ridere.

Non avevamo ancora imboccato il Giulio Cesare quando il cielo si era riaperto. Nuvole di acqua davanti, dietro, dall’alto e dal basso. Non c’erano i curiosi alle finestre, su per il Pasta. E anche la salita al Colle Gallo ci era parsa più triste, con le persiane chiuse, le strade vuote e il rumore della pioggia sull’asfalto mischiato a quello delle pedivelle. Non parlava nessuno, non c’erano gli sfottò delle altre volte, non c’era lo spiritosone di turno a dirci che dai, è quasi finita. E poi giù verso Nembro che a nessuno di noi sarebbe mai venuto in mente che un giorno sarebbe potuto diventare “zona rossa”. Zona rossa di che? Per noi è solo l’inizio del Selvino, una salita che quanto il cielo non dà di matto è uno spettacolo della natura. Difficile ma neppure troppo, con i tornanti che si arrampicano con dolcezza e consentono all’occhio di vagare all’orizzonte. Non lo scorso anno, ovviamente. Le nuvole erano grigie, basse e la pioggia sembrava non finire mai. Poi “la terra lagrimosa diede vento” e, a metà della salita, ecco la neve. Un fiocco, due, dieci e poi senza soluzione di continuità. Ma non è il 5 maggio, ci si interrogava con gli occhi? E che vuol dire, dai tempi di Napoleone e del suo cantore, quello non è mica un giorno come gli altri e, più profanamente, ne sanno anche qualcosa i tifosi dei neroazzurri (sbagliati) che avevano uno scudetto in tasca e lo buttarono via, Dio solo sa come e perché.

Ma la salita sotto la neve non fa paura. Suona persin romantico l’incedere delle pedalate, con il pensiero che corre ai campioni che l’hanno incontrata sul Gavia e sullo Stelvio, coperti assai meno di noi. A spaventare è la discesa che la segue, con i guanti fradici, le dita violacee paralizzate dal freddo che neppure si riesce a dar di cambio, e il gelo che passa sotto la mantellina, si insinua nella maglietta termica e ti costringe – quanti ne ho visti – ad accostare al tornante, accanto alla prima ambulanza, a chiedere la grazia di un passaggio.

Giù, a rotta di collo, a Bracca, e poi a Zogno, che di svoltare verso San Giovanni Bianco e la Val Taleggio non è proprio giornata. Fino allo striscione d’arrivo, mai così sognato, mai così lontano. La coperta delle hostess, il the bollente buttato giù d’un fiato come fosse Coca Cola e il tremore, improvviso e incontrollato, a dare il cambio all’adrenalina. E, detto tra noi e a bassa voce, la soddisfazione, l’orgoglio, l’autocompiacimento di essere lì, di non aver ceduto alle lusinghe della ragione. E non importa, si capisce, che nessuno potrà scolpirà quella pazza mattina sulla pietra della storia del ciclismo. Mica si corre per la gloria, all’età nostra.

C’era anche il Felice al traguardo, compiaciuto e paterno, dispiaciuto e orgoglioso. E noi a dirci e a dirgli che ci saremmo stati anche l’anno dopo, il 10 di maggio del 2020. Cosa mai avrebbe potuto accadere di più a questa corsa, sopravvissuta anche alla tormenta e alla neve?

Temer si dee di sole quelle cose c’hanno potenza di fare altrui male”, diceva la musa del poeta. Questo è un altro 5 maggio. Il Felice non c’è più. Non c’è più neppure la sua Gimondi. E chissà quanti di quei miei compagni di avventura che arrivavano dai quattro angoli del pianeta non ci sono più, vinti dalla più terribile e dolorosa delle salite. La sola che non prevede discesa.

Ernesto Galigani

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Maratona dles Dolomites, un quadro da finire

di Ernesto Galigani

La Maratona dles Dolomites, se guardati con gli occhi di quell’arte che sarebbe stato il tema dell’edizione 2020, è un campo di girasoli di Van Gogh (e senza corvi). Ci vorrebbe un esperto per spiegare perché quei toni gialli così vivaci fino alla violenza cromatica rappresentino – sia pure ai soli occhi di un giornalista pedalatore senza strumenti critici per discuterne – così bene la regina delle corse ciclistiche per amatori.

Ma, adesso, è forse la “Notte stellata sul Rodano” – dipinta al lume di candela, secondo leggenda – l’immagine più appropriata a rappresentare questo periodo di tormentata fragilità. Una notte buia ma non nera. Cupa ma, per quanto possa apparire paradossale, vivida per il colore delle stelle. Misteriosa come il futuro che ci attende ma non necessariamente funesta all’infinito.

Se il vostro cronista fosse qualcosa di più e di meglio di un onesto pedalatore della parola, forse riuscirebbe a rendere più compiutamente l’accostamento – tutt’altro che ardito – tra arte e bicicletta. Un connubio che avrebbe dovuto rappresentare, per l’appunto, il tema dell’edizione che non ci sarà, quella del 5 luglio.

Non si dica, per favore, che sarà mai di una corsa ciclista per “corridori diversamente bravi” cancellata  dal destino. La Maratona dles Dolomites  non è forse neppure una corsa, se vogliamo portare tutto all’iperbole. E’ il quadro più bello del ciclismo non professionistico, che non c’entra nulla con quello delle radioline e delle magliette sgargianti, dei rapportoni e del cronometro che segna una carriera. Non a caso, a capo del Comitato organizzatore, c’è un personaggio come Michil Costa che è lontano anni luce dal prototipo dell’organizzatore di corse. Di certo ha più le fattezze del critico d’arte. Così attaccato alla sua terra ladina da apparire stravagante anche solo nel vestire (e nel calzare scarpe il meno possibile), così appassionato da coinvolgere mezzo mondo nella sua impresa, così colto da prendere alla sprovvista anche chi colto lo è già di suo. Così profondo da porre con leggerezza al centro della scena temi che di anno in anno sono sempre meno banali e appaiono così lontani dall’iconica retorica del “mamma, sono contento di arrivare uno”. L’amore, l’arte e – lo scorso anno – l’equilibrio (ecuiliber) che racchiude in se stesso l’essenza dell’uomo e della vita. Un tema quasi profetico, se letto con gli occhi del presente.

Non tutti i 9.300 partecipanti alla corsa più famosa del mondo se ne rendono conto, lui stesso ne sarà il primo ad esserne consapevole. Ma poco importa, perché quel tema disegnato sulla maglietta, raccontato nelle brochure, mostrato in televisione, è un seme che si trova a proprio agio anche nel terreno più arido.

Michil Costa e Alberto Sorbini di Enervit

Tutto questo – ed è solo una piccola parte di quello che si potrebbe scrivere – è la Maratona dles Dolomites. Un messaggio dai mille significati che si sublima nel giorno della gara, il giorno più lungo, il giorno più faticoso e forse per questo il giorno più bello. A Corvara e in Alta Badia, in quella domenica speciale, non circolano i veicoli a motore. Non ci sono i fumi di scarico ad avvelenare i passi dolomitici che il ciclismo ha reso celebri  nella storia dell’umanità pedalante (quasi) quanto Colui che ha disegnato quelle montagne.  C’è il meraviglioso silenzio della natura, come se il quadro quotidiano davanti agli occhi – per un giorno ed un giorno solo – assumesse i colori accesi della pittura di Van Gogh. Pennellate di una bellezza quasi violenta. Chi ha partecipato a questa manifestazione – e il vostro cronista ha avuto l’onore di averlo fatto cinque volte consecutive – può capire perfettamente (anche se avrà difficoltà a tradurla in parole) che cosa significhi, in queste condizioni, salire sul Pordoi, sul Sella, sul Gardena, sul Campolongo, sul Falzarego e sul Valparola. Un silenzio così naturale da apparire innaturale, rotto dal cigolio del pedale ma non più dalle parole, ricacciate in gola dalla fatica e dalla stordente bellezza di cui si è circondati a 360 gradi.

Dovremo fare a meno di tutto ciò. Non già di una medaglia o di una maglietta, perché noi non siamo corridori che “un posto vale l’altro” e gli striscioni d’arrivo sono tutti uguali. Dovremo fare a meno di un quadro così intimistico che soltanto lì, e soltanto quel giorno, si può apprezzare. Michil, se mai avrà l’opportunità di spendere qualche minuto per queste parole buttate su carta, sappia che questa pausa non scoraggerà nessuno di noi. Lo sappiamo bene, anche su quelle vette incontaminate, benedette da Dio e dagli uomini, adesso si avverte il silenzio della paura, lo strazio degli addii senza ritorni, lo smarrimento di un futuro che non si conosce e che, comunque, non sarà più uguale a quello che si immaginava prima.

Ma, dopo la Notte stellata sul Rodano, tornerà la luce dei girasoli. L’edizione 2020 della Maratona è un quadro incompiuto, rimasto appena abbozzato sulla tela ma, proprio per questo, è un quadro da ultimare. Questa pandemia ci ha lasciato – almeno questo – il gusto dell’immaginazione, il sottile piacere dell’attesa che è piacere esso stesso.

e.galigani@laprovincia.it

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Piange il semaforo. E suonano i tromboni

di Ernesto Galigani

Non so voi. Mi sono un po’ stancato di leggere – un giorno sì e l’altro pure, su giornali e social, piattaforme tv e stimate riviste di costume – stucchevoli, barbose, banali e insulse banalità attorno al mondo del ciclismo.

No, non quello professionistico perché, da che mondo e mondo, chi non sa… insegna. E allora, nei giorni comandati del Tour e del Giro d’Italia, siamo tutti un po’ Cassani, tecnici specialisti che discettano di rapporti e

La magia della bicicletta

deragliatori con la disinvolta naturalezza che utilizzerebbero per spiegare a chi ne sa ancor meno di loro i segreti della meccanica quantistica.

 

Mi riferisco, invece, alle fotografie che compaiono con grande regolarità sui social (e sono subito riprese dai giornali, si capisce) e che, normalmente, ritraggono il ciclista di fronte o oltre un semaforo. Segue la didascalia: ecco un altro eroe della domenica che non si ferma davanti al rosso. La variazione sul tema è rappresentata dall’immagine di un gruppo di ciclisti in movimento: guardate, occupano tutta la strada, non se ne può più. Il terzo esempio è quello della fotografia che trovate qui sotto e che, credetemi sulla parola, è apparso su una di queste pagine facebook. Idioti da tastiera, più che leoni.

Il copione, così banale nella sua mediocrità, si ripete sempre uguale, come se a scriverlo fosse sempre lo stesso sceneggiatore. Funziona così: insulti assortiti, predicozzi sulla pericolosità delle strade, divagazioni assortite sul fatto che le strade sono fatte per le auto e non per chi va in bicicletta, discettazioni più o meno grevi sull’abbigliamento colorato, patetiche invettive sulle carriere a scoppio ritardato che si vorrebbe ricostruire in età

Odiare via social. Ecco un post vero apparso qualche settimana fa

avanzata e, man mano che la vena si chiude, dubbi sulla moralità di mamma e moglie fino all’invito  neppure velato a porre drasticamente fine a questo scempio, foss’anche con un bel tamponamento. Così imparano… Un elenco di scemenze semplici semplici perché i vocabolari non sono patrimoni immateriali dell’umanità e, a molte di queste persone, risulta difficile trovare una qualche parvenza di sinonimo persino con Google.

 

Purtroppo, e lo osservo con rammarico, c’è sempre qualcuno che, lodevolmente animato da nobili intenzioni, cerca di discernere il grano dal loglio, imboccando la tortuosa via del dialogo. Strada senza uscita, viene da commentare visto che, atteso come il Messia al tempo di nostro Signore, questo martire della parola viene puntualmente e rapidamente fatto oggetto delle contume

I commenti apparsi a corredo della foto

lie più varie. Fino a quando il poveretto decide di non stare più sul pezzo, ritirandosi in buon ordine, lasciando che il dialogo tra sordi continui. Del resto, come diceva un celebre uomo dagli aforismi semplici, non si deve mai discutere con un idiota. E un altro, più sbrigativo ancora, osservava che c’è poco da discutere: quando uno è un coglione è un coglione. Punto e a capo e, per una volta, al bando le buone maniere.

Inutile, di conseguenza, provare a utilizzare la materia grigia, magari per osservare – così di sfuggita – che non esiste persona mediamente sana di mente che oserebbe passare in una bicicletta nel bel mezzo di un incrocio stradale mentre il semaforo è rosso. E quando accade, molto semplicemente, è perché si tratta di un incrocio a raso senza pericoli, che offre visibilità delle strade che convergono su quell’incrocio.

Inutile, per fare un altro esempio, stare a sottilizzare a colpi di codicilli che non c’è alcuna legge che vieti il procedere accostati “di un massimo di due biciclette”. E, se la strada non consente il sorpasso, l’automobilista – per quanto questo possa alterarne l’ego – non ha che da aspettare il momento più propizio, Come gli accade quando incrocia un trattore, un pullman, un’Ape car, un autoarticolato, un mezzo eccezionale, una pattuglia della Polizia Stradale magari… O come quando è costretto a rimanere in coda per ore perché sulle strade ce ne sono tanti come lui. E mica si possono prendere tutti a sportellate.

Inutile, infine, cercare di spiegare che la generalizzazione di un comportamento finisce per falsare la proporzioni della realtà. Sarebbe come dire, giusto per trovare una similitudine non azzardata, che tutti gli automobilisti guidano con il telefono appiccicato all’orecchio. O che tutti gli automobilisti sono soliti fare di tutto mentre sono al volante: voltarsi a controllare i figli che stanno sul sedile posteriore, litigare con la moglie, saltare i semafori rossi (sì, lo fanno pure loro), ignorare gli stop, pretendere di fare sorpassi (ai ciclisti) all’interno di una rotatoria, clacsonare al pedone che attraversa sulle strisce.

Sarebbe come dire che tutti gli automobilisti sono come quel “signore” – per raccontarvi una storia di vita vissuta – che, un paio di settimane fa alle porte di Lecco, ha sorpassato due ciclisti in fila indiana (uno era chi scrive) su una strada con il separatore di corsia in cemento e poi, incurante del fatto che tutti non ci si stava, è rientrato verso destra urtando e facendo cadere il “collega” che era davanti. Non solo. Ha rallentato e, quando ha visto il ciclista dolorante sull’asfalto, ha pigiato il piede sull’acceleratore allontanandosi. O dandosi alla fuga, che forse mi sembra una frase più adatta alla circostanza. Mica tutti sono così, no?

Tempo perso. E mi sorprendo io stesso a quello che sto stupidamente dedicando all’argomento. La realtà, più tristanzuola, è che siamo tutti un po’ ipocriti. Capaci di elargire buoni consigli soltanto quando non riusciamo più a dare il cattivo esempio. Bravissimi nel postare fotografie di panorami mozzafiato, discettando sullo smog che tutto ingrigisce ma poi altrettanto rapidi nel fare la corsa dal concessionario per acquistare il più potente ed ingombrante dei Suv. Fenomeni nel plaudire la battaglia ecologista delle Grete di turno, regalando le borracce in alluminio a tutti gli amici che fa così politicamente corretto. Ma altrettanto veloci nel raggiungere la piazza della manifestazione con il proprio rombante 3000cc sotto il sedere. Eroici nell’agognare una vita più sana, all’aria aperta, lontana dalle contaminazioni moderne e poi severissimi maestri nel prendersela con i ciclisti che, chissà perché, loro l’aria buona cercano davvero di respirarla, senza vomitare ossido di carbonio e polveri sottili sulle montagne di mezzo mondo.

Mi piacerebbe credere che sia l’invidia a muoverli: sanno che con i loro addomi pieni di hamburger e birrette, di spritz e patatine non riuscirebbero neppure a pedalare in discesa e allora se la prendono con chi – per scelta, vanità o stupidità, fate un po’ voi – preferisce cenare con riso bianco e bresaola. Purtroppo, temo che ci sia qualcosa di peggio dietro questo comportamento C’è l’italiano medio. Forse ci siamo tutti noi.

e.galigani@laprovincia.it

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Il ciclismo e le cronache da un paese (in)civile

di Ernesto Galigani

Ne abbiamo parlato in tono scherzoso e in tono serio. Con ironia e disincanto. Con perfidia e con tolleranza. Fino a pensare, di quando in quando, di aver persino esagerato. Quasi che ci fosse una questione quasi personale tra noi che andiamo in bicicletta la domenica (e non solo) e quelli che, invece, non possono o non vogliono fare a meno dell’auto.

No, non è così. Basta una “scrollatina” a Google per rendersi conto che il numero dei ciclisti investiti (e non di rado uccisi, perché le cose vanno chiamate con il loro nome) aumenta sempre di più. Uno ogni trenta ore circa, dicono le statistiche, che pure dimenticano quelli che cadono e se la cavano con qualche bottarella all’anca, quelli che finiscono in ospedale con la clavicola rotta e quelli cui va di lusso e, per dirla con il commissario tecnico della nazionale di ciclismo, perché “escono in bicicletta e tornano a casa miracolosamente vivi”.

Le cronache delle ultime settimane sono zeppe anche di “vittime” illustri, con la fortuna di essere volti noti e di poter essere qui a raccontare l’accaduto. Dal professionista Alessandro De Marchi del Team Ccc (“Sono stufo, letteralmente stufo e con i nervi a fior di pelle. Ho ancora male alla gola dal troppo urlare e inveire contro l’ennesimo automobilista durante l’ennesimo “quasi incidente” in cui sono stato coinvolto oggi. Non ce la faccio più”) alla campionessa Letizia Paternoster (“Ero al centro della rotonda quando la macchina mi ha agganciato al centro del cofano. L’auto mi ha trascinato avanti, poi ha inchiodato e sono caduta giù. Il guidatore si è fermato, piangeva, ha ammesso le sue colpe”). Fino a Vincenzo Nibali sulla Gazzetta di oggi: “Ho paura anch’io: ora basta”. E potremmo andare avanti per pagine e pagine nel raccontare testimonianze o, peggio, cronache di morti ammazzati sulle strade.

 

La Provincia di Cremona

Eppure, in questo strike praticamente quotidiano, fa rumore soltanto il grande silenzio di chi, invece, dovrebbe urlare la propria indignazione ai quattro venti. Tolto Davide Cassani, per l’appunto, e i diretti interessati che raramente bucano lo schermo, c’è il silenzio assoluto. Non sono neppure paragonabili i fiumi di inchiostro che (legittimamente, sia chiaro) vengono versati ad ogni incidente stradale, quasi che l’uno sia un vero problema sociale (di alcool, di droghe, di velocità eccessiva) e l’altro, invece, un qualcosa di ineluttabile, da archiviare con una prece e un’alzata di spalle.

Il Giornale di Brescia

Certo, la categoria dei ciclisti non è in cima alle simpatie (tranne quando c’è il Giro d’Italia, perché all’improvviso sappiamo tutti di cerchioni, tubolari, rapporti e battiti). Per quali motivi, oggettivamente, non è dato di sapere se si pensa – giusto per fare qualche esempio – che dovrebbero essere la bandiera della manifestata (a chiacchiere) mobilità sostenibile inseguita da tutti i politici di casa nostra; i testimoni viventi dell’attività fisica tanto raccomandata dai nostri medici; il manifesto dell’ecologia in stile Greta Tumberg che fa tanto figo sui giornali

La Gazzetta dello Sport

progressisti.

In realtà, è una banale questione culturale. In Italia l’auto continua a rappresentare uno status symbol e tutti le vogliono sempre più grandi e sempre più potenti, a dispetto delle strade sempre più trafficate e sempre più strette. Se a ciò aggiungiamo l’industria dei telefonini – che ogni automobilista si porta alla bocca non appena accende il motore – e quella dell’alcool, altro totem intoccabile del made in Italy, il quadro è completo.

L’Arena di Verona

La madre di tutta la questione – e ne abbiamo parlato a profusione su queste colonne – è che gli automobilisti non vanno in bicicletta (mentre accade sempre il contrario) e quindi non hanno alcuna percezione di che cosa significhi essere sfiorati dallo specchietto di un Suv mentre si viaggia a 40 all’ora in pianura o, ancora, cosa voglia dire essere costretti a spostarsi verso il centro della carreggiata perché l’asfalto è completamente devastato dalle buche. A ciò si aggiunge, per l’appunto, la mentalità distorta da tanti anni di piede spinto sull’acceleratore. Pensateci. Ogni automobilista – e lo vediamo tutti i giorni – è disposto a fare ore e ore di coda sulle strade per andare in ufficio o in gita, ma non tollera di aspettare cinque secondi cinque che un ciclista rientri da un sorpasso (anche noi ne facciamo) o esca da una rotatoria, dove avrebbe gli stessi diritti di precedenza di qualsiasi veicolo.

Un altro esempio, di questa Italia tutta strana. In un piccolo paese della provincia di Lecco – Olgiate Molgora – esisteva una strada troppo pericolosa per consentire il transito a doppio senso delle auto. Di qui la brillante idea degli amministratori: senso unico e una parte della carreggiata destinata ai ciclisti e ai pedoni. Senza marciapiedi, rientranze, strani marchingegni: una banalissima ed efficace striscia gialla. Tutto bene (e zona improvvisamente tornata frequentata da pedoni, padroncini con il cane, bambini, ciclisti) fino al sindaco successivo che del ripristino di quella specie di tangenziale ne aveva fatto addirittura un punto irrinunciabile del suo programma elettorale. Adesso annuncia, tutto tronfio, di essere riuscito nel proposito. Doppia corsia come prima, pericolosa come prima, senza neppure un marciapiede minuscolo per i pedoni e con i ciclisti costretti a convivere con il traffico. E nel punto più stretto un bel semaforo per “affumicare” gli abitanti della zona, che infatti hanno subito avviato una corposa ed ovviamente inascoltata raccolta di firme. E guai a parlargli di mobilità sostenibile: quel sindaco – ma è uno dei tanti, non pensate male – ti taggherebbe un pippone sull’importanza dell’auto lasciata in garage. A patto che non sia la sua, ovviamente.

A queste latitudini le cose vanno così. Che fare, dunque? La migliore delle soluzioni sarebbe quella di fare lobby, nel senso più nobile del termine. Parlarne sempre, parlarne molto e parlarne con cognizione di causa. Costringere gli amministratori comunali a realizzare non delle costosissime e pericolose pista ciclabili (solo un pazzo può ragionevolmente pensare di far convivere pedoni e ciclisti, le due categorie più a rischio, su una minuscola strisciolina d’asfalto) ma a tirare una riga gialla su ogni strada dove ciò è possibile. E costringerli, quando se ne progettano di nuove, a farle più larghe perché una terza corsia sia dedicata alla mobilità sostenibile. Come le corsie d’emergenza delle autostrade e mai come in questa occasione la parola emergenza ha davvero un senso.

Gli esempi in questo senso sono tantissimi. Dalle corsie preferenziali di Londra, alle rotatorie solo per ciclisti dell’Olanda, passando per Canada, Australia e, in genere, tutte le nazioni più culturalmente evolute. Dove, peraltro, le auto continuano ad essere prodotte ed essere utilizzate, come deve essere. Ma, loro, anziché il telefonino, ci portano appresso il buon senso.

Ps: Allego qualche titolo di giornale pescato a caso. Così, giusto per capire che da ridere o da sfottere c’è ben poco.

e.galigani@laprovincia.it

 

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